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FAQ - Telecamere che inquadrano la via, si puo installarle anche se i vicini sono infastiditi

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None colpevole del reato di violenza privata i proprietario che istalla le telecamere di sicurezza sul muro perimetrale della sua proprietà dato che, anche se riprende la pubblica via, it suo intento non quello di danneggiare le persone o ledere la loro privacy, ma solo quello di difendere i beni e gli abitanti della casa. Questo il principio espresso dalla sentenza della Corte di Cassazione Sezione V Penale 13 ma l 2019 
numero 20527.  La vicenda comincia con la condanna di due soggetti per il reato di violenza privata. Tale fattispecie, prevista e punita dell'articolo 610 del Codice Penale, prevede che «Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa 6 punito con la reclusione fino a quattro anni». La condotta tenuta dagli imputati era stata quella di istallare delle telecamere di sicurezza sul muro perimetrale della loro proprietà, ma dirette sulla pubblica via. La presenza di queste apparecchiature aveva comportato lamentele da parte dei vicini, i quali affermavano anche di avere ricevuto rimproveri e minacce di denunce dagli imputati per i loro comportamenti. A seguito della condanna in primo grado, i due vicini agivano in appello, domandando la riforma della sentenza e la loro assoluzione. La Corte d'Appello, tuttavia, ribadiva la condanna irrogata dal Tribunale, modificando solamente il trattamento sanzionatorio. I due condannati depositavano quindi due ricorsi in Cassazione con i quali lamentavano la violazione da parte della Corte d'Appello dell'articolo 610 del Codice Penale e chiedevano quindi la riforma della sentenza. La Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, accoglieva i ricorsi dei condannati. Secondo gli Ermellini, infatti, i giudici di merito avevano errato nell'interpretare la fattispecie di reato connessa al caso in question. Nel caso in oggetto, infatti, non era secondo la Cassazione contestabile il reato di violenza privata. Al fine della consumazione di tale fattispecie delittuosa doveva verificarsi una grave violazione della liberty individuate delle vittime, perpetrata dai colpevoli tramite violenza o minaccia. Second() la Corte, poi, la nozione di violenza era riferibile a qualsiasi atto posto in essere dall'agente che si risolva nella "coartazione della liberty fisica o psichica del soggetto passivo, che viene cosi indotto, contro la sua volontà a fare, tollerare o omettere qualche cosa, indipendentemente dall'esercizio su di lui di un vero e proprio costringimento fisico " (cosi nella sentenza in commento, che richiamava Cass. 1176/2013). Nel caso in oggetto, tuttavia, l'esame della fattispecie avrebbe dovuto comportare l'assoluzione dal reato di violenza privata in quanto non sussistevano gli elementi soggettivo e oggettivo a sostegno della condanna. Dal punto di vista dell'elemento soggettivo, i soggetti agenti delle condotte non avevano pacificamente — come scopo quello di nuocere ai vicini e passanti, violando la loro privacy e cagionando una variazione delle loro abitudini (ad esempio it riferito cambio di itinerario di alcuni passati per non essere ripresi). Dato che l'intento principale dei condannati era quello di difendere cose e persone all'interno delle loro abitazioni, i pregiudizi lamentati dalle vittime della condotta non erano voluti. Dal punto di vista dell'elemento oggettivo, continuava la Cassazione, l'istallazione delle telecamere non era di per se una condotta illecita, ne lo erano le concrete modalità di attuazione delle riprese. I condannati, infatti, avevano provveduto ad affiggere cartelli informativi delle riprese, segnalando la presenza delle telecamere a tutela della privacy dei terzi. 

 

 

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